STRATEGIA DELLA TENSIONE

SULLA NECESSITA’ DI UN MEMORIALE DELLE STRAGI
di Carlo Tombola

Anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince.
(W. Benjamin)

Pensiamo che le stragi italiane debbano infine essere storicamente riconosciute come una sola catena di eventi di egual segno e senso, al di là delle diverse contingenze dei diversi episodi: ovvero, che siano riconosciute come un evento solo, variamente replicato, plural­mente nefasto ma con un unico fine: fermare, impedire a qualunque costo ogni cambia­mento sostanziale nell’assetto politico interno e nella collocazione internazionale del no­stro paese, ancorché raggiungibile o raggiunto per vie pacifiche e con metodi democratici.

Se questo apprezzamento storico fosse già stato condiviso – come poteva e doveva a quaranta-cinquant’anni di distanza dagli eventi, anche tenendo conto e integrando le con­clusioni giudiziarie e quelle delle commissioni parlamentari che nel frattempo hanno inda­gato –, avrebbe dato seguito a processi di “pacificazione” e di “elaborazione della verità”, seguendo le positive esperienze delle varie Comisiones para la Verdad attivate in partico­lare in Cile, Argentina, Brasile e in altre paesi latino-americani, o della Truth and Reconci­liation Commission nel Sudafrica post apartheid. Sarebbe stato necessario un percorso collettivo, di costruzione concorde e condivisa della storia delle stragi – eventi quanto mai violenti e traumatici per la comunità nazionale –, guidato da personalità indipendenti dagli organi di uno Stato che non ha più recuperato la credibilità e la fiducia popolare perduta al­lora e nelle successive vicende di “Mani pulite”. Si scelse invece di affidare a un organismo parlamentare – la Commissione Stragi – di rispondere a una domanda (perché la «man­cata individuazione dei responsabili delle stragi»?) a cui la classe politica italiana non po­teva rispondere se non ammettendo la propria decisiva responsabilità.

Oggi, immaginiamo che questo percorso collettivo possa ancora essere compiuto, ma sia­mo consci che contrasta con le generali pulsioni alla spettacolarizzazione (che si afferma­no non solo nella vita pubblica ma anche in quella privata) e che, in attesa di un passaggio dalla memoria alla storia già abbondantemente sequestrato e annullato («la storia della strage di piazza Fontana sta stancando anche la gente»), è la memoria stessa che rischia di scomparire. Serve un primo passo, una riapertura simbolica del discorso che serva a impedire, o almeno ritardare la cancellazione della memoria e quindi della storia che ad essa si riferisce. Di qui, la progettazione di un memoriale delle stragi.

Un passaggio irto di difficoltà, delicato perché doloroso, sta nell’individuazione e nella cir­coscrizione del “perimetro della memoria” su cui si può costruire un consenso allargato ma non indeterminato e retorico, qual è invece – a nostro parere – quello indicato dalla Legge n. 206 del 2004 (e successive modifiche), che si applica a «tutte le vittime degli atti di ter­rorismo e delle stragi di tale matrice, compiuti sul territorio nazionale o extranazionale, se coinvolgenti cittadini italiani, nonché ai loro familiari superstiti. Ai fini della presente legge sono comprese tra gli atti di terrorismo le azioni criminose compiute sul territorio nazionale in via ripetitiva, rivolte a soggetti determinati e poste in essere in luoghi pubblici o aperti al pubblico», e che ha per principale finalità il riconoscimento di indennità e pensioni a favore dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime, a condizione che siano cittadini italiani. Per questo, le presenti disposizioni di legge includono tra le vittime del terrorismo quelle della strage di Ustica e quelle della cosiddetta “banda della Uno bianca”, e anche i cittadini ita­liani residenti in Italia ma vittime del terrorismo all’estero,  nonché gli eventi stragisti di cui è stata responsabile la malavita organizzata (“Rapido 904”, via dei Georgofili e via Pale­stro) ma non il “disastro” della Moby Prince che invece, a scorrere la recente relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta, sembra sempre più l’ennesima strage in nome di “esigenze superiori” – non escluse quelle militari straniere – e con pe­sante strascico di “depistaggi” e omissioni d’indagine.

Il riconoscimento di quale sia stata quell’unica volontà stragista a cui riferire certe vittime, e non tutte e di tutti i terrorismi, il rifiuto della retorica del “sacrificio” e tanto più della retorica del “male inspiegabile”, impongono l’assunzione di quel punto di vista storico a cui ci si è già riferiti, e inoltre di una scelta di campo politica: tutti passaggi tutt’altro che pacifici e scontati. Anche perché si riferiscono a un altro tempo, quello del presente, in cui il compito di ricostruirne la storia e l’interpretazione diviene parte di una battaglia politica e culturale ancora da concludere, se non da svolgere tout-court.

136 morti, otto stragi in poco più di un decennio, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, dal dicembre 1969 all’agosto 1980.

Tutte hanno il carattere di una “guerra contro il popolo”, a cui incutere terrore (stragi terro­riste in questo senso letterale), in una fase di lotte studentesche e sindacali che, almeno sino al novembre 1969, era stata tanto di massa quanto nonviolenta e che dopo piazza Fontana, invece, venne spinta verso esiti armati e terroristici in senso lato.

In tutte le stragi – con l’eccezione di Peteano e di piazza della Loggia, su cui torneremo – si scelse che le vittime fossero casuali e indeterminate, persone qualunque in cui tutti i cit­tadini potessero identificarsi. Se notiamo una significativa presenza tra le vittime di studen­ti e insegnanti, è soprattutto perché la maggior parte degli eventi accadde in periodi estivi, di vacanza, in cui vennero presi di mira stazioni e mezzi di trasporto popolari: Gioia Tauro, Italicus, Bologna.

Tutte sono state il terreno di clamorosi depistaggi, con l’implicazione di “esponenti deviati” di tutti gli apparati dello Stato, polizie, servizi segreti, forze armate, magistrature, governi:  tanto che oggi possiamo serenamente definirle – come peraltro già allora si fece – come “stragi di Stato”, espressione oggi pienamente accolta anche dai manuali di storia adottati nei nostri licei. In questo senso, l’episodio di Peteano – in cui il depistaggio fu compiuto all’interno stesso dell’Arma dei Carabinieri (a cui appartenevano le vittime), insieme ai verti­ci del MSI – è particolarmente rilevante, perché i tre carabinieri uccisi sono stati in qualche modo “ridotti” a cittadini comuni, a corpi portatori di messaggi cifrati destinati agli attori oc­culti di trame e stragi. Per altro ma analogo verso, anche la bomba di piazza della Loggia, a Brescia, è servita a clamorosi depistaggi, ma ebbe come vittime pre-destinate i parteci­panti a una manifestazione antifascista unitaria, coincidente con lo sciopero generale sin­dacale: una bomba contro i “nemici” rossi di sangue.

Tutte le stragi e i loro depistaggi implicarono il profondo coinvolgimento dei governi, non solo di quelli in carica al momento dei fatti ma anche di tutti quelli che li hanno seguiti, fino a oggi. La massoneria “coperta” operò in funzione di coordinamento e depistaggio tra gli organi dello Stato, il personale politico, i mass media. Che la Loggia P2 di Gelli abbia re­sponsabilità dirette nella strage dell’Italicus lo affermò la relazione finale della Commissio­ne Anselmi.

Se ce ne fosse stato bisogno, le apposizioni del segreto di Stato su un lungo elenco di epi­sodi collegabili alle stragi confermarono queste strette connessioni: a partire dai documenti del SISMI sull’Italicus (governi G. Spadolini, 1982 e B. Craxi, 1985), ai fascicoli SISMI dell’archivio Gelli (B. Craxi, 1985) e al caso dell’aereo Argo-16 a disposizione della rete Gladio (C. De Mita, 1988), fino alla “gestione” della de-secretazione decisa nel 2014 (go­verno Renzi), particolarmente opaca su Ustica e Bologna.

Il tempo è anche servito a cancellare gli archivi degli organi dello Stato, sul contenuto dei quali, però, è sempre stato ragionevole non avere illusioni, come suggerì F. Cossiga.

Infine, in tutte le occasioni la gestione dei processi fu di fatto orientata dal potere politico, sia nel merito giudiziario, sia soprattutto in un intento dilatorio che aveva direttamente a che fare con le conseguenze politiche. Se ciò non ha impedito, in ultima istanza e non sempre, che giudici e tribunali riuscissero a dipanare le aggrovigliate matasse dei processi e giun­gere quanto meno a stabilire una verità storica, ha però consentito che le sentenze giudi­ziarie – ancorché severe – non abbiano riguardato tutti i colpevoli, una consistente parte dei quali, quelli più direttamente collegati alle “trame di Stato”, è riuscita a godere di una sostanziale impunità. La lentezza processuale ha quindi fatto scattare i meccanismi della prescrizione dei reati e dei provvedimenti di amnistia, e questi hanno contribuito allo sbia­dirsi, alla confusione della memoria collettiva.

Il “modello piazza Fontana” (primo processo 1972 a Roma, spostato a Milano e poi a Ca­tanzaro; nuovo processo a Bari 1984; nuova istruttoria a Catanzaro 1987; nuovo processo a Milano 2000, chiusura definitiva nel 2005) si ripeté senza varianti per Gioia Tauro (in­chiesta chiusa senza processo nel 1974, nuova inchiesta chiusa nel 1995 con generale proscioglimento, riapertura e sentenza nel 2001, chiusura definitiva nel 2006), per Peteano (primo processo chiuso nel 1987, annullamento in Cassazione, procedimento bis chiuso 1993), Questura di Milano (primo processo contro un solo imputato chiuso 1976, secondo processo 2000, chiusura definitiva 2005), Italicus (prima sentenza assolutoria 1982, annul­lamento parziale nel 1986, annullamento in Cassazione 1987, assoluzioni definitive 1992), piazza Loggia (cinque fasi istruttorie, otto fasi di giudizio: primo processo 1979, conferma­to in Cassazione 1985, secondo processo chiuso 1989, terzo processo 2005-2014, quarto processo chiuso definitivamente 2017: nessun colpevole), Bologna (primo processo 1987-1995, secondo processo 1997-2007, terzo processo iniziato nel 2017 che potrebbe mette­re in discussione la sentenza definitiva del 1995).

Sorge anche il dubbio che lo stato attuale dei manufatti che rappresentano la memoria materiale di quegli eventi intenda contribuire esplicitamente a ridurne e cancellarne la me­moria: targhe, lapidi, cippi, musei e memoriali, come schegge di memoria, a ribadire un’insensatezza dell’efferato, del disumano, cioè una perdita di senso complessiva.

Ne facciamo qui di seguito una breve rassegna, non senza aver ricordato un’altra clamorosa assenza, quella della collocazione pubblica de ­I funerali dell’anarchico Pinelli, opera di Enrico Baj del 1972, saltuariamente esposta ma che potrebbe essere da anni nella disponibilità del Comune di Milano, una volta individuata la sede opportuna.

La strage di piazza Fontana è ricordata con un lapide posta sul muro esterno della ex sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, oggi per vi­cende societarie semplice agenzia di Monte dei Paschi di Siena.

All’interno, nell’ex “sala di contrattazione” della banca, la voragine provocata dalla bomba è rimasta visibile sotto una lastra di vetro illuminato, insieme a un’opera artistica realizzata dallo sculture senese Alberto Inglesi in colla­borazione con l’architetto Franco Biondi, postavi nel 2009, nel quarantesimo anniversario.

All’esterno, nell’aiuola prospiciente la banca sono poste affiancate due lapidi in memoria dell’anarchico Pino Pi­nelli, una ufficiale del Comune di Milano («innocente morto»), l’altra deposta dagli anarchici milanesi («ucciso innocente») e firmata «gli studenti e i democratici mila­nesi», quest’ultima ripetutamente rimossa e imbrattata. Due differenti date di morte.

Della strage di Gioia Tauro, a una prima sommaria ricer­ca non sembra ci sia alcun manufatto commemorativo.

Nel piazzale dell’attentato di Peteano, frazione del comune di Sagrado (GO), e lungo la strada provinciale SP8 tra Savogna e Sagrado, in un tratto oggi denominato via Carabinieri Caduti di Pe­teano, è stata posta una pietra carsica inquadrata da siepi e cipressi, mentre il pavimento antistante è stata dipinto di rosso (a completare il tricolore).

L’attentato della Questura di Milano, in via Fatebene­fratelli, è ricordato da una spoglia lapide posta in cor­rispondenza del luogo dell’esplosione, che avvenne – va ricordato – a un anno di distanza dell’omicidio del com­missario Calabresi, in occasione dell’inaugurazione di un suo busto nel cortile della Questura. Per questa ragione, le cerimonie ufficiali si svolgono principalmente all’interno del cortile.

Nella stazione di San Benedetto Val di Sambro, a ricordo della strage è stato posto un monumento su un ba­samento di pietra realizzato dal ferroviere-scultore Walter Veronesi con una sezione della carrozza nu­mero 5 dell’Italicus, quella dilaniata dalla bomba. Ri­masta per decenni parcheggiata sul binario morto, la carrozza è stata smantellata e poi fusa come rot­tame ferroso. Alla base del monumento, una sempli­ce targa metallica con il seguente testo: «Treno 1486 “ITALICUS” 4-VIII-1974 1h23’» (quest’ultima è l’ora in cui scoppiò la bomba).

La città di Brescia ricorda la strage del 28 maggio 1974 con due importanti monumenti. Il primo è una stele in marmo di Carrara (per la precisione “calacatta macchia d’oro”) e lastra in porfido violaceo di Bien­no con incisi i nomi delle vittime, mentre la data dell’attentato è riportata in un blocchetto di bronzo dorato che sormonta la stele; tre aste cilindriche in teak sorrette da sostegni binati, con giunti in ottone muntz metall, distanziano la stele dalla piazza a mo’ di transenna. Ne è stato autore Carlo Scarpa, uno dei maggiori architetti e desi­gner del Novecento, a cui l’Amministrazione comunale aveva affidato il progetto di siste­mazione della piazza della Loggia dopo l’attentato. Scarpa studiò diverse soluzioni, par­tendo dal basamento sbrecciato di un pilastro del portico, fino alla completa ripavimenta­zione della piazza ma, turbato dal progetto, tardava la consegna. Il Comune, in vista del secondo anni­versario dell’attentato, gli chiese una soluzione provvisoria, un cippo commemorativo che alla fine si concretizzò invece nella scelta di una colonna celebrativa: inizialmente una vera pietra romana, poi una colonna in carrara smussata e squadrata, con gli angoli tagliati, come quella affiancata nel portico, rimasta danneggiata dall’esplosio­ne e su cui ancora è riprodotto il manifesto della manifestazione antifascista del 28 maggio 1974. Il monumento venne inaugurato nel 1976, ed è naturalmente divenuto definitivo.

Il secondo monumento è stato dedicato “ai caduti della lotta partigiana e di piazza della Loggia” ed è situato sul viale di accesso al Cimitero Vantiniano. Ha avuto origine da un concorso bandito nel 1979 dal Comune di Brescia e conclusosi nella primavera del 1980 con l’esposizione pubblica dei progetti, firmati da scultori come Andrea Cascella, Pietro Con­sagra, Lorenzo Guerrini e Giò Pomodoro, e architetti come Luciano Baldessari, Ignazio Gardella, Vittorio Gregotti, Ettore Sottsass jr., Gino Valle e Carlo Scarpa. Una commissione di nomi illustri assegnò il primo premio a Igna­zio Gardella: un «recinto architettonico a pian­ta di triangolo rettangolo che isola, nell’area alberata all’interno del cimitero Vantiniano, uno spazio sacrale e commemorativo», secon­do le parole dell’autore. Inaugurato nel decennale della strage, è stato poi completato da Gardella tra 1988 e ’89 con due cippi di segnalazione ai vialetti d’accesso.

Del progetto di un “Memoriale delle Vittime del Terrorismo e della Violenza Politica” che le ricordasse attraverso la posa di 430 formelle lungo un percorso che va da piazza della Loggia al Castello, voluto dalla Casa della Memoria di Brescia in associazione con gli enti locali e l’Associazione Familiari caduti Strage Piazza della Loggia, approvato nel 2012 dal Comune, è stato a tutt’oggi realizzato oltre un terzo, dipendendo per il completamento da una raccolta di contributi volontari.

Sempre in Brescia, in piazzale Arnaldo, sul muro esterno del casello daziario sotto i cui portici scoppiò la bomba del 16 dicembre 1976, in un punto di grande scorrimento automobilistico, è collocata la lapide posta dal Comune di Brescia per ricordare la vittima e i feriti.

La strage di Bologna, vero episodio di “guerra”, apice nella strategia della tensione, ha il suo monumento prin­cipale nella stazione stessa, che non è stata ricostruita com’era prima dello scoppio della bomba, simbolicamen­te ricordato dall’orologio del piazzale rimasto fermo alle 10:25 del 2 agosto 1980. In realtà quest’orologio, ripristinato al termine della ricostruzione dell’edificio crollato, veniva ferma­to solo durante le celebrazioni ufficiali, finché nel 1996 – dopo un guasto meccanico – in accordo con l’Associa­zione dei familiari delle vittime si decise di lasciarlo fer­mo. Nell’atrio principale della stazione, sulla parete di si­nistra, nel 2002 venne posta una lastra di vetro anch’essa ferma alle 10:25.

Tra la sala d’attesa (dove fu collocata la bomba) e il pri­mo binario è stato mantenuto lo squarcio del muro con una stretta asimmetrica vetrata che affianca la lapide, anch’essa lì collocata appena i lavori di ripristino vennero terminati. Com’è noto, l’intesta­zione della lapide alle «vittime del terrorismo fascista» è stata al centro di lunghe polemi­che, anche in Parlamento, che accompagnarono le varie fasi dei vari processi sulla strage. Altre polemiche riguardarono la presenza della parola “fasci­sta” nell’iscrizione su vetro, donata al Co­mune di Bologna da un privato cittadino e colloca­ta nella piazza del Nettuno, a ricordo delle tre stra­gi dei treni.

Sul primo binario, si dà conto con altra iscrizione che squarcio e lapide sono stati dichiarati nel 2010 “monumento UNESCO simbolo di pace”, riconosci­mento conferito all’interno del programma Herita­ge for a Culture of Peace lanciato dall’agenzia ONU nel 2000.

In conclusione, se definiamo qui “stragi” quegli atti di violenza di massa compiuti contro in­colpevoli, e in gran parte inconsapevoli, vittime a cui bisogna restituire nel pubblico ciò che è stato loro tolto nel privato, sentiamo la necessità di arrestare in ogni modo quello scivola­mento verso la cancellazione della memoria collettiva di quegli eventi e della loro ragione. La costruzione concorde e partecipata di un progetto di un “memoriale” di quelle vitti­me potrebbe essere, auspichiamo, il primo passo in questa direzione, e il suo significato as­sume una particolare attualità alla vigilia del cinquantenario della strage di piazza Fontana, primo e centrale evento della “strategia della tensione” e delle “stragi di Stato”.

A questa costruzione invitiamo ogni cittadino e ogni ente, innanzi tutto quelli della città di Milano, quindi dei luoghi e delle comunità colpite dagli attentati, e infine dell’intera comunità nazionale fino alle più alte cariche dello Stato, raccogliendo le parole – nuove – pronunciate dal presidente della Camera il 12 dicembre 2018 in piazza Fontana: «Vi chiedo scusa per tutto ciò che non è stato fatto, scusa per i depistaggi, scusa per le burocrazie che avete dovuto sopportare, scusa per il piegarsi di tutti gli apparati dello Stato a celare la verità».

Scuse che non possono restare solo parole.