SCHEDA DELL’OPERA

Il tema della memoria, intesa come processo di ricostruzione del passato che si proietta nel presente, è sotteso a quest’opera che l’autore dichiara di aver concepito non come un monumento commemorativo, ma come “un dispositivo per attivare la memoria collettiva, uno strumento per contrastare la forza dissolutrice dell’oblio”. Una definizione coerente non solo con il significato di quest’opera, ma con tutti gli aspetti che la qualificano dal punto di vista delle scelte formali. In effetti Non Dimenticarmi prende le distanze dalla retorica del monumento: è un ‘racconto’ e i singoli elementi che la compongono sono altrettanti ‘pezzi’ di una narrazione il cui scopo è opporsi alla rimozione del passato.Non Dimenticarmi è un’installazione ambientale: due aspetti di rilievo della configurazione formale di quest’opera sono rappresentati dal suo essere attraversabile e dall’elemento sonoro. È costituita da otto gruppi di esili steli di ferro interconnessi da una fitta trama di linee sghembe. Ogni stelo rimanda a una vittima. Ogni gruppo – a partire da quello di Piazza Fontana – rinvia a sua volta a ciascuna delle stragi e al numero delle relative vittime. Ciascuno di essi è collocato su sottili lastre di ferro, piani geometrici irregolari, sospesi dal suolo che recano incisi e ben leggibili i nomi delle vittime a formare una sorta di costellazione [fig.1].

Fig. 1 Non Dimenticarmi, Planimetria Generale

Lo spazio che separa ciascun gruppo dall’altro dà luogo ad un tracciato tortuoso che rende l’installazione simile a un arcipelago al suo interno percorribile: il suo attraversamento diviene pertanto un’esperienza coinvolgente, interattiva. [fig.2].

Fig. 2 Non Dimenticarmi, Visual di Progetto

Ad ogni stelo, in cima ricurvo, è sospesa una piccola campana di bronzo. Il batacchio regge a sua volta un triangolo di ferro grande abbastanza da ospitare il nome della vittima, il luogo e la data della strage. Sollecitate dal vento le campane risuonano, diventano voci, le voci delle vittime, presenze. Presenze che invitano chi passa a non dimenticare per dare un senso alla loro morte, a ricordare perché ciò che a loro è accaduto non si ripeta.

Lo stelo è un elemento formale che, diversamente declinato, compare ricorrentemente nelle opere di Ferruccio Ascari a partire dall’installazione Archi [fig.3] realizzata nell’ambito di una sua personale del 1982 (Milano, Galleria Mercato del Sale).

Fig. 3 Archi. Installazione ambientale, rami d’albero curvati e pigmento, Milano, Galleria Mercato del Sale, 1982

In quel contesto si trattava di lunghi e sottili rami d’albero che, curvati tramite una corda armonica tesa ai due estremi, alludevano – con un implicito riferimento al filosofo greco Eraclito – alla contraddittorietà insita in ogni cosa, ossia all’arco come strumento musicale, generativo, ma anche possibile arma di offesa, di morte. Questione che si ripresentava in diverso contesto e declinazione nell’installazione Il nome dell’Arco [fig.4] (Monaco, Museo Lenbach,1983) dove un grande ramo d’albero curvo e ricoperto di foglia d’oro era Il fulcro attorno al quale ruotava un ambiente dodecagonale formato da 12 grandi pannelli attraversati da segni luminosi.

Fig. 4 Il Nome dell’Arco, installazione ambientale, Monaco, Museo Lenbach, 1983

Un decennio dopo, lo stelo come puro elemento naturale era l’elemento generativo di una grande installazione, Vayu [fig.5], collocata in un luogo aperto, nella campagna senese, in prossimità dei resti di un’antica Abbazia (Abbadia Ardenga, 1999).

Fig. 5 Vayu, installazione ambientale, Abbadia Ardenga (SI),1999

In questo luogo carico di storia l’opera era parte di un complesso intervento dell’artista che si ispirava ai cinque elementi – etere, aria, acqua, terra, fuoco – che nella tradizione filosofica che sta alla base della disciplina dello Yoga, di cui l’artista è seguace – generano il cosmo in ogni sua manifestazione. Vayu è l’aria, il soffio che genera la vita: in questa installazione gli steli ricurvi occupavano un grande spazio aperto e, alla sommità di ciascuno, piccoli brandelli di tela, mossi dal vento, alludevano al principio vitale in perenne movimento. Come le campane alla sommità degli steli che ritroviamo in Non Dimenticarmi, anche i frammenti di tela agitati dal vento in Vayu, rimandano alla tradizione orientale delle campane e delle bandierine di preghiera, simboli di rigenerazione e di contatto con l’invisibile. In una recente installazione dell’artista, Luogo Presunto [fig.6], declinata in diverse versioni lo stelo da elemento ligneo, tratto dalla natura, viene traslato in altro materiale, il ferro: diviene elemento generatore di una serie di architetture immaginarie, di archetipi di edifici, quali la palafitta, il cui significato simbolico è un chiaro rimando all’origine dell’architettura, alla sua relazione con la natura, e coi simboli che costellano la storia degli esseri umani e del loro abitare la terra.

Fig. 6 Luogo Presunto, installazione ambientale, ferro, dimensioni variabili, Milano, Chiostro piccolo della Basilica di San Simpliciano, 2017

All’interno del percorso artistico di Ferruccio Ascari Non Dimenticarmi fa parte di una rosa di opere accomunate da un medesimo orizzonte: la memoria, nelle sue diverse accezioni, come elemento costitutivo della nostra identità. La relazione di quest’opera con il contesto urbano deve consentire la sollecitazione della memoria collettiva ed è per questo che la scelta del luogo in cui collocarla riveste un rilievo particolarmente importante di natura non solo simbolica. Non Dimenticarmi è stata infatti concepita per interagire con il passante, intercettare la sua attenzione; ogni suo elemento è stato pensato per evitare che col passare del tempo essa divenga opaca, venga assorbita nella ordinarietà del paesaggio. Le campane/voci assolvono questa funzione: percepite da chi passa, chiedono di poter raccontare la loro storia, di farsi sentire all’interno di quel racconto più grande che è la città col suo perenne flusso di persone indaffarate, distratte, di turisti intenti a fotografare e a fotografarsi. Un tema quest’ultimo che attraversava anche una recente mostra di Ferruccio Ascari, Silenzio, dislocata in tre straordinari luoghi di culto nel cuore di Milano: il Chiostro Piccolo della Basilica di San Simpliciano, la Rettoria di San Raffaele, la Cappella di San Bernardino alle Ossa. Il visitatore, invitato a compiere il tragitto che collega le tre sedi, si faceva protagonista di un’esperienza: la riscoperta di questi tre luoghi di intensa spiritualità, l’esperienza del silenzio, entravano in collisione col rumore della città come dispositivo di ‘stornamento’. Anche in questo caso, come in Non Dimenticarmi, l’opera, con la sua articolazione interna, intratteneva un rapporto attivo col tessuto della città, stabiliva con essa una relazione dialettica, sollecitava lo spettatore a porsi domande, in ultima istanza ad una ricerca di senso. In entrambi i casi il ‘luogo dell’opera’ è lo spazio pubblico dove le differenti generazioni, le diverse comunità s’incontrano per configurare, non senza conflitti, la propria identità, il proprio posizionamento rispetto a quel grande deposito che è la memoria personale e collettiva.