OLTRE L’EMERGENZA
RIPROGETTIAMO IL NOSTRO FUTURO

Se mai ce ne fosse stato bisogno, gli eventi connessi alla pandemia covid-19 hanno messo in luce ancora una volta quanto essere partecipi di una memoria attiva, capace di ritessere il presente e progettare il futuro tramite una lettura critica del passato, sia essenziale per restituire ad una comunità e a chi ne è parte, consapevolezza del senso del proprio agire e degli effetti di quest’ultimo su se stessa e sul contesto dove opera.

Viviamo, nelle contingenze attuali, in una “cultura dell’emergenza”: il terreno più adatto a giustificare, se non proprio a legittimare, comportamenti e scelte che in situazioni normali risulterebbero inaccettabili e quantomeno discutibili. Si pensi alla limitazione delle libertà personali, certamente, ma anche alla lunga serie di tentennamenti e di ritardi, al disconoscimento dei segnali di pericolo evidenziati, già a gennaio, da più medici, al rimpallo delle responsabilità nel prendere decisioni, alla confusione nella trasmissione di informazioni, ai “misteri” sulla reperibilità di mascherine e materiale sanitario, che hanno segnato il nostro vivere dalle prime avvisaglie della pandemia, in gennaio, fino ad oggi.

Come noto, il covid-19, nelle persone più fragili ed esposte, ha seminato dolore e morte: tra gli anziani in particolare, e poi tra medici, infermiere e infermieri, costretti ad operare in situazioni precarie, di estrema tensione emotiva, stress, e caos organizzativo e, spesso, anche privi di adeguate protezioni; vittime sacrificali di un sistema andato in “tilt” e alle orecchie dei quali il conferimento dell’appellativo di “eroi” rischierebbe forse di suonare più come un modo per sorvolare sulle inefficienze del sistema ospedaliero e su responsabilità politico-amministrative che come il giusto e doveroso riconoscimento per l’impegno prestato, senza nemmeno poter salvaguardare la propria stessa vita, nell’assistere gli ammalati. Secondo il famoso detto di Bertolt Brecht: “beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”.

Nella collettività in genere, l’emergenza-virus ha invece seminato paura e favorito l’attecchire di una cultura incline a passar sopra ad eventuali responsabilità, e a sacrificare la propria libertà, anche quella di pensiero, ad una presunta sicurezza e ad un’aspirazione salvifica ostinatamente ricercate nell’ autosegregazione e nell’autorità dell’ “esperto virologo” di turno; persino, spesso, a dispetto della dichiarazione esplicita di quest’ultimo di non avere risposte ultimative.

Difficile smontare questa cultura, poiché quando un “nemico inaspettato” sferra un attacco, e difatti oggi la comunicazione abbonda quasi esclusivamente di metafore bellico-militari, “non si può -è questa l’idea- star lì a discutere o a spaccare il capello in quattro”: occorre che chi è supposto dover agire, agisca e lo faccia in fretta. E’ proprio sulla cogenza di questo principio che si fondano le strategie che mirano, con il creare emergenze, a giustificare interventi autoritari; come infatti ci ha dolorosamente insegnato 50 anni fa la strategia della tensione e come un caso-limite quale quello di Orban in Ungheria ci ha riproposto, in modalità diverse, anche in questa occasione.

Certo nel caso dell’attuale pandemia nessuno (o quasi) pensa ad un atto intenzionale; ciò, però, non equivale ad affermarne l’imprevedibilità: come ha sottolineato l’economista Nassim Taleb, “più che ad un “cigno nero”, ad un evento inatteso, “oggi ci troviamo di fronte ad un allarme disatteso”. 

Come, tra altri media, riferisce anche Wired Magazine, la rivista scientifica fondata da Nicholas Negroponte, “una nuova pandemia era attesa al punto che, non più tardi dello scorso settembre, cioè due mesi prima che fosse identificato il nuovo coronavirus, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e la Banca mondiale avevano lanciato l’allarme: il mondo non è preparato ad affrontare il rischio di un virus pandemico, che nello scenario peggiore potrebbe fare decine di milioni di vittime e mettere in ginocchio l’economia globale. Nel rapporto Un mondo a rischio redatto dagli esperti del Global Preparedness Monitoring Board si legge che, tra il 2011 e il 2018, si sono registrate 1.483 epidemie in 172 Paesi del mondo, comprese quelle di Ebola, Sars e Zika per cui l’Oms aveva diffuso l’allerta internazionale. E che, a loro volta, erano seguite alla pandemia di H1N1, la cosiddetta influenza suina, che nel 2009 ha causato circa mezzo milione di vittime”.

Un’analoga opinione di prevedibilità è espressa anche da David Quammen, autore del volume “spillover” (termine con il quale si indica il “salto di specie” ad opera di un virus), in una recente intervista rilasciata a “il fatto quotidiano”; dove, tra l’altro, riferendo dei risultati di numerose ricerche scientifiche in questo campo, lo stesso Quammen segnala che “… quando noi umani interferiamo con i diversi ecosistemi e deforestiamo, scaviamo pozzi e miniere, catturiamo animali, li uccidiamo o li catturiamo vivi per venderli, disturbiamo questi ecosistemi e scateniamo nuovi virus”. Sarebbe quindi la progressiva distruzione della biodiversità ad opera del nostro sistema produttivo a rendere sempre più probabile il rischio di epidemie; insomma: il disconoscimento delle differenze e la crescita ipertrofica e totalizzante degli apparati tecnologici per adattare l’ambiente all’uomo si rivolterebbe oggi contro l’uomo stesso.

Di tutto ciò, però, nonostante i casi del recente passato, non si è voluto tener conto: si è preferito cancellarlo e considerare gli eventi pandemici accaduti come fatti a sé stanti, casuali, “naturali”, senza alcun nesso con l’ordine produttivo, e non si è fatto, quindi, dei rischi relati alla sua logica, un tema di discussione collettiva; anzi, sull’onda neoliberista, si è preferito addirittura smantellare progressivamente il sistema della sanità pubblica che infatti si è dimostrato largamente inadeguato e addirittura, in alcune strutture, si è trasformato da luogo di cura in focolaio per il contagio.

Né si può tacere che la disattesa dei ripetuti allarmi non ha prodotto i medesimi effetti su tutti. Dietro l’insistente retorica del “siamo tutti uniti contro il nemico comune”, o le grottesche e incredibilmente stupide affermazioni, apparse sui media qua e là, quali “anche i vip colpiti dal virus”, si vorrebbe accreditare da una parte l’idea di una falsa eguaglianza, come se fosse la stessa cosa restare chiusi in casa in 4 o 5 in 60mq o disporre di grandi appartamenti, perdere il lavoro o subire un ribasso di borsa, dall’altra nascondere tentazioni discriminatorie come quella recente verso gli anziani e che, con il pretesto di proteggerli (e l’intento di non farli pesare, loro improduttivi, sul sistema sanitario), proponeva di prolungare la loro segregazione fino al 31 Dicembre e oltre. 

In questi giorni si è ripetuto fino alla nausea che nulla sarà più come prima; non si è capito bene in che senso. Ma se per caso si vuol davvero cambiare (in meglio) il corso degli eventi occorre una seria riflessione su come sia potuto accadere di finire in questa sorta di buco nero, su come abbiamo potuto tollerare le storture di un sistema produttivo predatorio e cieco, o quelle di un sistema sociale che riduce la qualità della vita delle  persone perché non pesino sul sistema ospedaliero anziché fare di quest’ultimo un mezzo per aiutare le persone a vivere.

Occorre una memoria autocritica di sistema ed il coraggio di farla.